10 lampade Made in Italy famose in Tutto il Mondo

Nella storia del Design Italiano ci sono oggetti che sono passati alla storia come delle icone di stile, che hanno rappresentato l’evoluzione culturale attraverso l’utilizzo di materiali innovativi, e forme che rispecchiavano le tendenze del momento.

Tra questi oggetti sicuramente i più rappresentativi sono gli elementi di illuminazione, non semplici lampade, ma icone cariche di personalità che a distanza di anni ancora rappresentano il Design Made in italy nel mondo.
Abbiamo selezionato le 10 lampade che meglio rappresentano la storia e il cambiamento del modo di fare design nel nostro paese.

Biagio

Un monoblocco di marmo di Carrara. Questa lampada disegnata da Tobia Scarpa per Flos nel 1968, viene concepita a partire dall’importanza del materiale, tra l’oggetto funzionale e l’opera d’arte; ogni pezzo è unico perché lavorato come se fosse una scultura, le venature che cambiamo in ogni esemplare donano unicità ad ogni singolo pezzo.

Biagio

Biagio

 

Tolomeo

Nel 1987 viene lanciata la lampada che diventata un best seller del Design italiano: Tolomeo, una rivoluzione tecnica che verrà declinata in numerosissime versioni, da tavolo, a sospensione e da parate, proprio a dimostrare la versatilità, in quanto estremamente manovrabile grazie al meccanismo di equilibratura delle molle.

Disegnata per Artemide da Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina è un pezzo di Design unico per le sue linee semplici, ma allo stesso tempo tecnicamente perfette. Premiata con il Compasso d’Oro la Tolomeo è ancora oggi molto venduta grazie alla sua linea contemporanea.

Tolomeo

Tolomeo

 

Arco

La lampada per eccellenza che a distanza di 50 anni ancora si aggiudica il premio di stile ed innovazione rigorosamente Made in italy, disegnata da Castiglioni.
Il corpo è costituito da 3 parti principali: la base, lo stelo e la cupola.

La base è interamente di marmo di Carrara, fu scelto questo materiale perché, oltre ad essere esteticamente gradevole, permetteva un minore ingombro ed un peso maggiore rispetto ad altri materiali come il cemento o la pietra. Lo stelo è in acciaio inossidabile, tre parti con una sezione ad U che scorrono in modo telescopico per permettere il giusto posizionamento della parte illuminante. Ultimo componente è la cupola, sempre in acciaio che ha una parte forata per il raffreddamento della lampada.

Arco

Arco

 

Cuboluce

Una lampada da comodino disegnata nel 1972 da Fabio Bettonica e Mario Melocchi, nonostante abbia superato i 40 anni resta una delle lampade più attuali.
Da un’idea semplice, ma allo stesso tempo innovativa, è stata premiata nel corso degli anni diverse volte, prima di entrare a far parte della collezione permanente del Museo di Arte Moderna di New York e della Triennale per il museo di Design.
Nonostante la sua importanza storica fa parte degli oggetti di Design democratico che possono entrare in tutte le case ed adattarsi a tutti i gusti, visto che è disponibile in una vasta gamma di colori e texture.

CuboLuce

CuboLuce

 

Atollo

Dal 1977 prodotta da Oluce, una delle più importanti lampade disegnate da Vico Magistretti, evoca la classica abat-jour, ma trasformata attraverso l’utilizzo delle forme essenziali in una scultura astratta.
Una parte di luce è diretta, l’altra invece indiretta. Il materiale è alluminio verniciato nero o gold. Le 3 figure, il cono, il cilindro e la sfera si incastrano alla perfezione creando un’armonia tra materia e luce.

Atollo

Atollo

 

Parentesi

Compasso d’oro nel 1979, fu presentata dal Designer Achille Castiglioni nel 1970 e prodotta da Flos. Una lampada innovativa a partire dal packaging, una confezione sottovuoto con all’interno i vari pezzi da assemblare, il tutto racchiuso in un guscio bianco di protezione.

Un’idea semplice ma efficace e geniale, un profilo d’acciaio che scorre su un cavo d’acciaio tirato da un contrappeso a un’estremità, e agganciato al soffitto per l’altra estremità. L’idea della lampada prende spunto da un’intuizione di Manzù del 1969 che vedeva al posto del cavo d’acciaio un’asta.

Parentesi

Parentesi

 

Snoopy

Dal 1967 al 2003 Flos non ha mai smesso di produrla. Disegnata da Achille e Per Giacomo Castiglioni, il nome è quello del famoso personaggio del film d’animazione, perché il profilo lo richiama fedelmente.
Oltre alla componente ludica, l’oggetto racchiude una notevole eleganza grazie al basamento in marmo.

Apparentemente è un volume che non ha equilibrio, ma in realtà è molto stabile grazie proprio alla corretta proporzionalità delle parti e del peso. Due materiali così distanti, ma che convivono in modo armonico: il marmo e il cristallo.

Snoopy

Snoopy

 

Hope

La lampada Hope prodotta da Luceplan e disegnata da Francisco Gomez e paolo Rizzato, ha tutta l’eleganza e la raffinatezza dei lampadari della tradizione, con il valore aggiunto di materiali innovativi e moderni.
Delle sottili lenti fresnel creano una luce unica e delicata.

Dal 2011 ad oggi ha raccolto numerosi successi dalla critica e dal pubblico, tra i riconoscimenti anche la XXII edizione del Compasso d’Oro, oltre ad entrare a far parte della collezione storica.

Hope

Hope

 

Eclisse

Ha vinto il Compasso d’Oro nel 1967 diventando così un classico del design made in italy. Dalle forme semplici, ispirato alle lanterne dei minatori, come sottolineò Magistretti.
L’idea gli venne pensando alla lanterna di Jean Valjean, protagonista dei Miserabili di Victor Hugo. Composta da due calotte che ruotano una sull’altra, per permettere la regolazione del fascio di luce, come se fosse un’eclissi di luna.

Eclisse

Eclisse

 

Falkland

Disegnata da Bruno Munari nel 1964 per Danese. L’idea di base era utilizzare un maglia elastica modellata su degli anelli tubolari di varie dimensioni.
La genialità progettuale di questo designer, traspare in quest’oggetto e nell’idea di creare una collaborazione tra più parti, per realizzare la lampada.
La luce si dissolve come all’interno di una nuvola, una lampada da definire effimera, in cui il designer opera una sorta di dematerializzazione del prodotto.

Falkland

Falkland

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Novità dal Salone del Mobile 2018

Anche quest’anno il Salone del Mobile di Milano si è confermata come un’importante occasione per esternare le novità più entusiasmanti che ruotano attorno al mondo dell’arredo e del design.
Questa 57° edizione, in particolare, è stata concentrata sulla qualità sostenibile, nonché volta alla promozione e valorizzazione dei giovani talenti.

Milano, come sempre e più degli scorsi appuntamenti, si è dimostrata all’altezza dell’appuntamento, ovvero la città perfetta per accogliere il ricco stuolo dei design coinvolti a questa manifestazione internazionale. A questo proposito non sono mancate numerose installazioni sparse fra le principali vie e trascinanti eventi che hanno animato l’intero polo fieristico di Rho.

Le novità di quest’anno sono state incentrate sulle nuove tecnologie e sull’abitabilità ecosostenibile, attenta anche ai mutamenti climatici che stanno interessando la nostra epoca. Le linee pulite ed essenziali si sono accostante ad un modo di abitare sempre più intelligente e funzionale, capace anche di rispettare l’ambiente circostante e ispirato ad un recente passato.

Ogni moderna famiglia potrà godere di una zona living elegante e performante ricca di innovativi elettrodomestici ad alta efficienza energetica. Spiccano così forni in grado di eseguire contemporaneamente due cotture differenti, piani ad induzione che integrano la cappa, frigoriferi che possono interagire con i sistemi remoti come quelli presentati da Samsung, dall’azienda Bora o quelli inclusi nella W Collection di Wirpool.


Direttamente dall’Olanda, il gruppo Dutch Invertuals, nella lotta contro il consumo sfrenato, illustra l’immenso potere e la grande versatilità di materiali riciclati come il Plasma rock o il Lithoplast, quest’ultimo ricavato dalla plastica e ideato dalla designer israeliana Shahar Livne.

Riutilizzo e riciclo di materiali di scarto sono anche i temi proposti dai designer provenienti dal Brasile, molti dei quali creativi indipendenti e donne emergenti come Carol Gay. Si segnala anche Simone Olivera che propone complementi realizzati con materiali made in Barsil e derivati dal caffè.


La scelta dei materiali riciclati è anche quella dei giovani italiani di Altreforme. Si chiama Raw&Rainbow la nuova collezione fatta di alluminio e realizzata da cinque nuovi talenti del gruppo. Il materiale utilizzato è stato opportunamente recuperato dalle comuni lattine.
Scopo della collezione è quello di spiegare la versatilità dell’alluminio e le sue potenzialità, così come bene illustrato da Simona Confalonieri con la sua creazione sofisticata o da Alessandro Zambelli che invece predilige forme geometriche per la sua coppia di oggetti.


Infine, fra i maggiori protagonisti dell’evento, spicca certamente l’arte di Casa Gifu. I diversi oggetti di design esposti sono stati creati con il supporto di artisti provenienti dal Giappone. L’allestimento dinamico, curato dal gruppo svizzero Atelier Oï, ha incluso, fra le varie installazione in legno, numerosi profumatori per la casa come le girandole portaprofumo. Spiccano anche quelli in ceramica tradizionale a forma conica o diversi pezzi unici, anch’essi in ceramica, realizzati con metodi di cottura che si sono susseguiti fra le diverse generazioni.

Andrea Branzi

Fiorentino di origine, nato nel capoluogo toscano nel 1938, e da circa 40 anni residente a Milano, dove insegna presso il Politecnico nella facoltà di design, Andrea Branzi è uno dei più noti designer ed architetti italiani.
Oltre ad insegnare presso la prestigiosa università milanese, Branzi è anche un critico d’arte e collabora con svariate riviste del settore come Interni, Domus, Modo e Casabella.

Insieme ad altri colleghi, come lui esponenti del design “neomoderno”, ha fondato la Domus Academy, scuola di design che opera sempre nel capoluogo lombardo, ed il collettivo “Archizoom Associati”.
Ha collaborato con varie aziende, tra le quali Vitra, Artemide, Cassina, Interflex, Unitalia, Zanotta, Pioneer e Alessi; per quest’ultima ha creato uno schiaccianoci denominato “scoiattolo”, un acchiappa stuzzicadenti, un porta olio denominato “trattore”, ed un orologio da polso denominato “out-time”.

Andra Branzi ha collaborato anche con aziende estere come Murai, una casa giapponese che si occupa della produzione di occhiali, e con Vorwerk e Dornbracht, due case tedesche che si occupano rispettivamente di rivestimenti in moquette e di decorazioni ed accessori per il bagno.

In carriera ha vinto diversi premi, e nel 1987 ha ricevuto il prestigioso Compasso d’oro alla carriera. Più recentemente, nel 2008, l’ateneo La Sapienza, di Roma, gli ha conferito la laurea “honoris causa” in Disegno Industriale, nella facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni”.

La carriera di Andrea Branzi si caratterizza anche per la scrittura di diversi libri sul design, per la cura di mostre, e per la partecipazione a mostre con i suoi lavori.

Recentemente, dall’8 febbraio all’11 marzo di quest’anno, un gruppo delle sue opere più recenti è stato esposto a Milano nella mostra intitolata “Altri luoghi”, presso la galleria Antonia Iannone.
Si tratta sia di opere su carte che di sculture inedite, per le quali l’artista ha usato vari materiali, dalla duttile creta al vetro, alla plastilina ed al plexiglas.

Le opere erano esposte in teche di vetro e creano quasi una “vera e propria” scenografia. Realizzate nel corso dei due anni precedenti, le sculture rappresentano delle danzatrici e dei piccoli lottatori; i disegni su carta eseguiti a matita od a pennarello, sono quelli che appartengono alla serie “Dolmen”, ed altri fotomontaggi che l’artista ha voluto dedicare al 200esimo anniversario della Rivoluzione Francese.

Come ha spiegato lo stesso Andrea Branzi in una intervista rilasciata in occasione di questa mostra, si tratta di “modelli teorici di spazi interni, microambienti mitici e misteriosi”. L’artista ha poi precisato che “non si tratta di progetti destinati a una normale attività professionale, ma esperimenti sul valore letterario e drammaturgico della progettazione”.

La scelta della Galleria Iannone per questa mostra non è stata casuale in quanto la stessa è strettamente legata all’attività dell’artista e si è inoltre affermata, nel corso degli anni, come un vero e proprio “punto di riferimento” per la vita culturale milanese, ospitando nei suoi saloni i più grandi nomi non solo del design e dell’architettura italiana, ma anche di quella internazionale.

Opere di Andrea Branzi sono esposte permanentemente al famoso museo parigino “Centre Pompidou”, che nel mese di giugno scorso ha ospitato anche una sua mostra. Nel prossimo mese di ottobre Branzi sarà presso l’università di Harvard, dove si terrà una esposizione “itinerante” riguardante il movimento “Radical” del quale è stato un antesignano oltre che protagonista.

Vittorio Gregotti

Architetto, designer, docente universitario: Vittorio Gregotti è una personalità illustre dalle mille sfaccettature.
Nato nella città di Novara il 10 Agosto del 1927, si è subito interessato all’architettura e tutti i suoi studi si sono orientati in questa direzione.
Gregotti ha conseguito con successo una Laurea in Architettura nel 1952 e ha intrapreso la carriera di architetto, dapprima come collaboratore di altri esperti del settore, quali Ludovico Meneghetti e Giotto Stoppino, con i quali fondò nel 1974 lo Studio Gregotti Associati.
Vittorio Gregotti ha assunto la carica presidenziale e ancora oggi presiede questo folto gruppo di architetti e ingegneri che condividono la passione per l’arte contemporanea e le innovazioni progettuali moderne.

La sua voglia di mettersi in gioco lo ha portato a fare il docente universitario presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e le Università di Architettura di Milano e Palermo, il redattore presso illustri riviste e testate giornalistiche e il dirigente del reparto arti visive ed architettura della Biennale di Venezia. Il suo lavoro ha ottenuto anche dei riconoscimenti importanti, come la laurea ad honoris nel 1996 dal Politecnico di Praga e nel 1999 dalla Facoltà di Architettura di Bucarest.

I punti di forza attorno ai quali ruota tutto il lavoro dell’architetto Gregotti sono 4: semplicità, ordine, organicità, precisione. Il suo obiettivo è di ristabilire l’ordine attraverso le sue opere senza farsi travolgere dal caos che inevitabilmente caratterizza ogni aspetto della nostra vita.

Fare un elenco dettagliato di tutti i suoi progetti e le sue opere architettoniche è un’impresa ardua perché sono veramente tantissimi.
Ci limitiamo, dunque, a citarne qualcuna tra le più importanti per dare un’idea del tipo di concettualizzazione che Vittorio Gregotti affida all’architettura e del suo modo di operare e vedere il mondo:

– il Centro Culturale a Bélem a Lisbona, nato per essere la sede dell’Unione Europea;
– il Teatro degli Arcimboldi alla Bicocca a Milano, tuttora palcoscenico di eventi di ogni genere;
– Eleganti ambienti delle navi da crociera Costa Romantica, Costa Classica e Costa Vittoria;
– I Dipartimenti universitari alla Bicocca a Milano;
– Diverse strutture sportive e palazzetti dello sport, come lo stadio Luigi Ferraris a Genova, lo stadio di Marrakech, lo stadio di Barcellona, Le Parnasse a Nimes, lo stadio di Agadir.

Inoltre, Vittorio Gregotti ha elaborato progetti relativi a centri commerciali, case per anziani, municipi, quartieri, residenze private e studentesche, parcheggi e diversi piani regolatori e tecnologici.

Il genio architettonico dell’illustre designer Vittorio Gregotti si è spinto anche nel campo dell’editoria, con la redazioni di libri e riviste degne di nota. Tra i suoi scritti ricordiamo:
– Questioni di architettura, 1986;
– Dentro l’architettura, 1991;
– Il territorio dell’architettura, 1993 e altre successive edizioni;
– Identità e crisi dell’architettura europea, 1999;
– Diciassette lettere sull’architettura, 2001;
– Architettura, tecnica, finalità, 2002;
– Sulle orme di Palladio. Ragioni e pratica dell’architettura, 2003;
– Le scarpe di Van Gogh. Modificazioni nell’architettura, 2004;
– L’architettura del realismo critico, 2004;
– Autobiografia del XX secolo, 2005;
– Contro la fine dell’architettura, 2008;

Vittorio Gregotti rappresenta un’icona dell’architettura moderna e del design innovativo, come dimostrano le sue opere conosciute a livello internazionale.

Il Good Design tra Passato e Presente

Come nasce il Good Design

Che cos’è il Good Design? Una domanda, all’apparenza, molto semplice ma che porta con sé un immenso universo da scoprire.
Una prima risposta a questa domanda vede il Good Design come una forte corrente artistica nata intorno agli anni Trenta ma sviluppatasi solo all’indomani del secondo conflitto mondiale, incentrata sulla nascita di un nuovo concetto di progettazione, più lineare e funzionale, quasi basica, in perfetta armonia con l’ambiente circostante.
Una risposta decisamente più matura e concreta parla del Good Design in riferimento ad un progetto realizzativo moderno, inteso in modo pratico e razionale, per dar vita a prodotti – utensili, attrezzi da giardino, mobili e suppellettili – armonicamente perfetti, concepiti per assecondare i dettami tecnici, formali e, persino, estetici associati al Modern Movement.

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Fautore di un nuovo tipo di architettura, il Good Design si pone in netto contrasto con il fatuo, con l’inutile e con l’artefatto, preferendo linee e strutture semplici e pulite, materiali funzionali, di prima scelta e resistenti all’usura del tempo e, soprattutto, belle a vedersi. Perché il concetto dell’estetica, nel caso del Good Design, non si connota in modo negativo, volto all’esasperata ricerca della perfezione. Qui si tende alla bellezza sublime, quella più raffinata ed elegante, quella che caratterizza gli oggetti realizzati in ossequio ai principi del Good Design.

Pur nascendo, formalmente, negli Anni Trenta, il Good Design visse il periodo del massimo splendore nel 1950 quando il Museum of Modern Art di New York, altrimenti detto MoMa, organizzò una mostra allestita da Charles e Ray Eames, i coniugi statunitensi considerati tra gli esponenti di maggior spicco dell’architettura moderna e ideatori della “Eames Lounge Chair”, una comoda e raffinata sedia in pelle, ancora oggi esposta al MoMa.

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La diffusione del concetto di Good Design

In un ambiente così ampio e moderno come quello statunitense, non può certo meravigliare come il concetto di “Good Design” abbia avuto terreno fertile. Il vero banco di prova, però, è stato affrontare l’Europa e le sue rigide concezioni in fatto di architettura. Invece, il nuovo concept design fu accolto con estrema benevolenza tanto che la Germania prima e la Gran Bretagna poi, sostennero il Good Design, esaltandone pregi e virtù, scardinando un sistema che, fino a quel momento, si era contraddistinto per l’opulenza e per l’eccessiva presenza di orpelli, considerati di dubbio gusto dagli amanti della semplicità.

Oggi che il Good Design è una vera e propria forza imperante a livello economico, sociale e morale si assiste a un gradito ritorno alle origini, puntando alla sobrietà e all’innovazione di mobili, installazioni e strutture architettoniche. E in quale altro modo si può puntare all’eccellenza del Good Design se non traendo spunto dai suoi principi ispiratori? Innovazione, utilità, estetica, sintesi, trasparenza, durata, onestà, profondità, essenza ed ecologia, infatti, sono le regole basilari per creare qualsiasi progetto di design, sia che si tratti di un giardino, di un sito web, di un mobile o di un vestito.