Aziende italiane e designer stranieri: contaminazioni del Made in italy

Le aziende italiane sanno correre rischi se vedono la possibilità di creare qualcosa di originale e innovativo. Questa è la differenza dalle compagnie straniere, che puntano al risultato e alla produzione di massa. Ma la vera differenza delle aziende italiane è la volontà di portare avanti idee e interpretazioni del gusto, diverse, allargando i propri orizzonti e lavorando con progettisti di tutto il mondo. Proprio in modo opposto rispetto a come accade nella moda, il design ama far convergere nel marchio contributi diversi, perché i designer stranieri possono interpretare esigenze e sensibilità di differenti paesi senza però far perdere le caratteristiche italiane di cura per il dettaglio e una produzione industriale caratterizzata da un know-how antico ma in continua evoluzione e dai saperi artigianali di cui si avvale.

Philippe Starck per Kartell

Philippe Starck per Kartell

Molti dicono che il design italiano sia morto, in realtà è tutto l’opposto, infatti ha acquistato negli anni sempre più valore internazionale.
Una delle aziende che negli anni ha collaborato con grandi progettisti è Molteni&C che ha avuto il coraggio di affidare progetti a visionari come Jean Nouvel e Norman Foster, ingaggiati per la loro fama ma soprattutto per la loro voglia di sperimentare nuove forme.

Graduate

Graduate Molteni&C

Altre aziende come Foscarini analizzano i progetti che arrivano da tutto il mondo in forma anonima per non essere influenzati dal nome. In questo modo con la collaborazione tra azienda e designer nascono idee innovative che vengono trasformate e adattate per rispondere ad una domanda specifica commerciale sempre nel massimo rispetto della creatività.
Philippe Starck è un chiaro esempio di adozione italiana, infatti sono più di 20 anni che ha scelto di prestare la sua creatività a marchi italiani divenuti famosi per la loro voglia di internazionalizzazione. Si sta imponendo una generazione di 40-45enni molto bravi, che arrivano da tutto il mondo e spesso lavorano in Italia, come Patricia Urquiola, che è spagnola, i fratelli Bouroullec, francesi, l’olandese Marcel Wanders, il giapponese Tokujin Yoshioka, i fratelli Campana, brasiliani, il tedesco Konstantin Grcic.

Patricia Urquiola per Moroso

Patricia Urquiola per Moroso

Contaminazioni, questo è il design spiega l’artista in una intervista al Salone del mobile , aprire le frontiere è solo il primo passo verso un unione creativa. Esiste sempre in ogni progetto la mente e il braccio, per questo i designer italiani non devono sentirsi minati dalla presenza di innumerevoli stranieri ma devono in qualche modo attingere e nello stesso tempo donare per creare un arte che sia fatta di contaminazioni stilistiche e di tradizione.

La Marie di Philippe Starck

La Marie di Philippe Starck

I dati della camera di commercio industria e artigianato parlano chiaro: + 6,6% in più di Designer stranieri rispetto all’anno scorso che lavorano in Italia, in tutto 568 che vengono principalmente da Paesi dell’Europa (Svizzera, Germania, Francia) ma anche dal Sud America (Argentina) e dall’est asiatico (sono circa 40 i designer di Cina e Giappone che lavorano in Italia). È quanto emerge da elaborazioni su Registro Imprese e da una stima, all’interno del progetto ERI, dell’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza. Per garantire una sorta di marchio di qualità l’idea è di create il “Passaporto del Mobile Made in Italy”con l’obiettivo di dare alle imprese e ai distretti, operanti nel settore del legno-arredo, la possibilità di associare al valore materiale dei prodotti il valore immateriale costituito da differenti contenuti informativi favorendo e tutelando così la promozione del Made in Italy.