La sindrome dell’influenza

Se oggi il made in italy ha un eco che arriva in tutto il mondo bisogna ringraziare la genialità di uomini e aziende che hanno saputo dare, nella terra della creatività, un’energia e uno slancio che hanno dato vita a un’arte unica. Alla base di tutto una funzionalità e una praticità che hanno poi trovato nell’esteticità la fama mondiale.

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Oggetti che hanno saputo cogliere dal mondo che li circondava la straordinarietà. Proprio sulla linea dell’influenza che nasce anche quest’anno alla sua sesta edizione la «La sindrome dell’influenza» alla Triennale di Milano aperta al pubblico dal 6 aprile. Per far nascere i loro capolavori ì giovani designer si ispirano a dieci firme storiche di grandi maestri che a loro volta hanno trovato ispirazione nel mondo. Questo progetto nasce da due grandi nomi Pierluigi Nicolin e Pierluigi Cerri il primo curatore della mostra il secondo progettista della mostra, Nicolin è partito dal presupposto che ogni atto creativo non sia mai un gesto gratuito, un fatto isolato, ma sia bensì al centro di una fitta rete di stimoli, sollecitazioni e scambi. Prima ancora di superare il ponte d’accesso in legno, l’attenzione viene attirata dall’insegna al neon del museo che, in questo contesto, assume il valore di un’installazione artistica alla Mario Merz; le luci cangianti che caratterizzano l’ingresso, riflesse sulle pareti trasformandole in grandi schermi, ricordano i tanti studi di trasmissioni televisive allestiti da Cerri – in particolare Quelli che il calcio – ma, soprattutto, anticipano il carattere ludico ricorrente nell’intero allestimento.

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La mostra è stata suddivisa in tre parti, corrispondenti a tre zone del percorso espositivo e a tre momenti della vicenda narrata dal dopoguerra all’attualità. Un racconto corale  che vede il coinvolgimento di 22 designer italiani e internazionali, impegnati nella realizzazione di inedite istallazioni site-specific. Paolo Ulian «dialogherà» con Magistretti, Martino Gamper con Gio Ponti, Italo Rota con Joe Colombo, e così via nel nome dell’«eredità». La «memoria» sarà  alimentata nella seconda sezione con una sorta di racconto orale: dodici interviste a più voci, da Mendini a Mari, da Alessi a Iacchetti. La terza parte sarà dedicata ai marchi, a quelle aziende che hanno reso possibile il miracolo italiano del design, Kartell, Artemide, Driade, Moroso, Cassina… Perché il design è fatto di idee ma anche di qualcuno che credi nella rivoluzione delle forme.
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Così il nuovo design trova vita nel “vecchio” oppure sarebbe meglio dire nel “mitico”. Non ci sarebbe mai stato un Goodesign senza l’audacia e la perseveranza di artisti che hanno creduto più di tutti nella rivisitazione della forma e nel contenuto degli oggetti del vivere quotidiano.